Ritorno all’economia precrisi solo dal 2023: lo pensa l’84% dei manager

L’impatto del Covid-19 è stato pesantissimo per l’economia del nostro Paese, inutile negarlo. E anche ora, che le cose sembrano andare meglio soprattutto grazie alla campagna vaccinale massiccia, resistono luci e ombre sulle prospettive del prossimo futuro. Sono in gran parte pessimisti soprattutto i manager della Distribuzione Moderna, che nell’84% dei casi prevedono un ritorno ai valori precrisi non prima del 2023. Lo segnala l’Osservatorio Federdistribuzione ‘Consumi, Nuove Abitudini d’Acquisto e Stili di Vita’, in collaborazione con PwC, pubblicato di recente, che ha monitorato il sentiment di 280 soggetti con profilo manageriale-executive. Si tratta di una previsione comunque che getta lo sguardo oltre perché il 30% dei manager ritiene che questo avvenga nell’orizzonte temporale del 2023, il 21% nel 2024 e ben il 33% a partire dal 2025. Soltanto l’1% dei rispondenti ritiene che si tornerà in “pari” nel 2021 e il 15% nel 2022.

Sostegni alle famiglie per riequilibrare domanda e offerta

Tra i motivi che hanno portato a questa tipologia di risposte, ovvero con la visione di una ripresa dell’economia distante almeno fino al 2023, è in particolare modo la peggiorata situazione finanziaria delle famiglie italiane. La riduzione del reddito familiare, come causa diretta generata dalla pandemia di coronavirus,   è stata registrata dal 57% degli italiani e ha determinato un impatto negativo sul commercio al dettaglio che colpisce maggiormente le categorie non alimentari, conseguentemente generando, in assenza di una significativa ripresa, un potenziale rischio per la tenuta delle imprese. Per questa ragione i manager della Distribuzione Moderna, come riporta lo studio, auspicano interventi di sostegno ai consumi delle famiglie, quota rilevante del Pil italiano (21,7% nel 2019), per garantire occupazione e ristabilire l’incontro tra domanda e offerta, attraverso specifiche misure quali la revisione delle aliquote Iva e la riduzione della pressione fiscale sui ceti medi e famiglie con figli.

Gli interventi attesi dalla categoria

Per ridare nuovo slancio all’economia del nostro Paese, come sottolinea ancora il rapporto, “Federdistribuzione propone inoltre di incentivare gli investimenti nel settore della Distribuzione Moderna, capace di generare e sostenere un elevato livello occupazionale e un indotto rilevante sul territori e non ultimo, di incentivare gli investimenti in ampliamento e ammodernamento della rete commerciale tramite agevolazioni per la ristrutturazione delle strutture commerciali e riqualificazione energetica, come ad esempio l’estensione dell’ecobonus 110% per gli interventi sugli immobili commerciali, con un impulso diretto e concreto sul territorio, dal punto di vista dell’indotto generato, innovazione e sostenibilità”.

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Beni di largo consumo, quelli non alimentari perdono il 3% in Europa

Dal 2020, a causa dell’emergenza sanitaria, sono cambiate moltissime cose a livello mondiale, comprese le abitudini di acquisto dei consumatori. E, in Europa, sono mutati decisamente i comportamenti per quanto riguarda i beni di largo consumo. Per esplorare l’andamento del settore Retail nel Vecchio Continente, GFK ha curato uno studio dedicato che rivela i principali indicatori di mercato per il 2020 e il loro impatto sul commercio al dettaglio, anche on line, nei 27 Paesi dell’area Ue. Lo studio include un’analisi delle tendenze registrate nei diversi Paesi europei analizzati, offrendo indicazioni preziose per retailer e investitori.

Salgono gli alimentari, giù il Non Food

Le vendite al dettaglio di beni di Largo Consumo in Europa sono cresciute del +5,5% nel corso del 2020. Questo incremento è dovuto al maggiore consumo di cibo e bevande in casa, a causa delle chiusure di ristoranti, mense e a fenomeni come il coprifuoco, che hanno ridotto la mobilità dei cittadini. Gli aumenti più forti sono stati registrati in Germania (+12,4%), Irlanda (+10,3%), Austria (+8,4%) e Lussemburgo (+8,0%). Al contrario, le vendite al dettaglio di beni Non Food sono scese del -3% a livello europeo.

In Italia, Spagna e Cipro la maggiore contrazione del reddito medio

Gli effetti della pandemia e tutte le restrizioni ad essa collegate hanno inciso pesantemente anche sul reddito delle famiglie europee, anche se in maniera differente da Stato a Stato. Tra i 27 paesi europei analizzati, Spagna, Italia e Cipro sono quelli che hanno registrato la maggiore contrazione del reddito medio, da una parte a causa dei lunghi periodi di lockdown, dall’altra per la crisi dell’economia dal turismo, particolarmente importante in questi Paesi. Anche l’Ungheria, che negli scorsi anni aveva registrato incrementi significativi del reddito medio, ha registrato un forte blocco.

Aumenta il peso della vendita al dettaglio sui budget familiari

Ci sono però dei cambiamenti rispetto agli anni passati per quanto riguarda la quota delle vendite al dettaglio sul totale della spesa dei consumatori. Nel 2020, infatti, questa è aumentata significativamente. In media, i cittadini europei hanno destinato il 35,5% delle loro spese annue al commercio al dettaglio. L’incidenza della spesa destinata al Retail è particolarmente elevata in Croazia (50,9%) e Ungheria (53,3%).
“La pandemia da Coronavirus ha portato all’emergere o all’accelerazione di alcuni fenomeni che modificheranno il format dei negozi nel lungo periodo” ha detto il responsabile dello studio Johannes Schamel. “Il commercio online ha consolidato la propria crescita, in particolare per quanto riguarda i Retailer omnichannel, che stanno crescendo più rapidamente dei Pure Players online. Anche i negozi dei centri cittadini dovranno adattarsi ai cambiamenti nelle abitudini e nella frequenza di visita dei consumatori, che abbiamo osservato ad esempio in Germania”.

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Commercio digitale, nel primo trimestre 2021 in Italia è cresciuto del 78%

Vero e proprio exploit del commercio digitale in Italia nel primo trimestre del 2021. Nel nostro Paese, infatti, le vendite on line sono cresciute del 78%, ben al di sopra della media globale che si attesta a +58%. A dare i numeri di un fenomeno planetario è l’ultimo Shopping Index di Salesforce, il report trimestrale che racconta i trend dello shopping online attraverso i dati di oltre un miliardo di consumatori in tutto il mondo. Quello che emerge con maggior forza è che il fenomeno degli acquisti digitali è ormai entrato nelle abitudini di acquisto dei consumatori, registrando valori decisamente superiori rispetto a quelli pre pandemia. E l’Italia è tra i best performer in questo ambito, posizionandosi al quarto posto tra i paesi con il maggior aumento percentuale dopo Canada, Olanda e Regno Unito.

Cosa si compra?

A livello globale,  la crescita degli ordini è aumentata del 46% su base annua (34% su PC e ben 59% su dispositivi mobili). Per quanto riguarda le categorie di prodotto che hanno totalizzato i maggiori aumenti di fatturato nel primo trimestre, si piazzano gli articoli sportivi (101%), gli elettrodomestici (96%) e le borse di lusso. Quelli che invece hanno registrato la crescita minore di fatturato su base annua sono abbigliamento sportivo (42%), prodotti per la casa, cucina e arredamento (40%), borse e valigie generiche (8%). In ogni caso, appare evidente che gran parte degli acquisti si sono spostati sul web.

I dati italiani

Come dicevamo, in Italia il commercio digitale a livello globale è cresciuto del 78% su base annua nel primo trimestre. Una crescita considerevole, al di sopra di quella globale e ben oltre il tasso di crescita totalizzato nel primo trimestre 2020, che si attestava al 26%. Interessante anche il balzo in avanti fatto dal traffico generato da mobile, che dal 21% dell’ultimo trimestre del 2020 ha toccato il 24% nel primo trimestre del 2021. Contestualmente, si è dimezzata la crescita da Pc, passata dal 40% al 20% nello stesso lasso di tempo.  Un dato che mostra comunque una forte crescita rispetto al primo trimestre 2020, quando il traffico generato da PC si attestava al 12%. Tuttavia, nonostante queste ottime performance in merito al commercio digitale, l’Italia resta tra i paesi con i tassi di conversione più bassi al mondo (1,1%) insieme a Giappone (1,2%) e Spagna (1%).

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