Nel 2024 il Wi-Fi sarà sensing

Potrebbe consentire alle reti di diventare più interattive, applicare nuovi livelli di automazione e portare alla luce nuovi servizi per gli utenti in ambiti quali informazioni sulla salute, privacy e relax. Si chiama Wi-Fi sensing, il nuovo protocollo che farebbe fare un salto alle applicazioni smart home, l’assistenza alla persona, la sicurezza degli edifici, e l’ospitalità. In arrivo nel 2024, con lo standard IEEE 802.11bf, il Wi-Fi sensing è il futuro del Wi-Fi. Almeno, stando alle ultime indicazioni della Wireless Broadband Alliance, associazione di imprese nata nel 2003 per promuovere l’interoperabilità tra operatori del settore, che l’ha messo al centro delle sue ultime linee guida. Le imprese che fanno parte dell’associazione comprendono AT&T, Orange, LG, Intel ed Ericsson, Airties, Boingo Wireless, Broadcom, BT, Cisco Systems, Comcast, Deutsche Telekom AG, Google, Intel e Viasat.

Un cambio di passo per i fornitori di servizi

“Il Wi-Fi sensing – così si legge nel paper Wi-Fi Sensing — Deployment Guidelines della Wireless Broadband Alliance – è una tecnologia nuova e in rapido sviluppo che mira a rivoluzionare il modo in cui le persone utilizzano le reti Wi-Fi in tutto il mondo”.
Secondo Tiago Rodrigues, ceo di Wireless Broadband Alliance, “Il Wi-Fi sensing pone le basi a fornitori di servizi Wi-Fi per espandersi in una varietà di nuovi entusiasmanti mercati, tra cui l’assistenza sanitaria, la sicurezza domestica, l’automazione degli edifici e altro ancora”.

Da standard di comunicazione a nuovo paradigma sensoriale

Lo standard Wi-Fi 802.11bf, su cui poggerà questo sviluppo del Wi-Fi, è stato implementato dall’IEEE 802.11bf Task Group di Francesco Restuccia, ingegnere informatico e ricercatore presso la Northeastern University di Boston. In un articolo scientifico lo studioso ha descritto così le caratteristiche della nuova tecnologia di connessione wireless: “Quando lo standard 802.11bf sarà pronto e presentato dall’IEEE a settembre 2024, il Wi-Fi smetterà di essere solo uno standard di comunicazione per diventare un nuovo paradigma sensoriale”.

Rileva anche i parametri biometrici

Il Wi-Fi sensing sfrutta i segnali Wi-Fi esistenti per rilevare il movimento, tra cui i gesti e i parametri biometrici, cambiando il modo in cui le persone utilizzano le reti Wi-Fi e creando nuovi modelli di business e fonti di ricavo per le imprese. Come riferisce Agi, uno dei passaggi più interessanti del documento fa riferimento all’Intelligenza Artificiale. Questa tecnologia, secondo la visione della Wireless Broadband Alliance, consentirebbe alle reti Wi-Fi di diventare una fonte di intelligenza artificiale per soluzioni preventive, e basate sull’analisi dei dati che potrebbero ridefinire il nostro concetto di smart home. 

Pubblicato
Etichettato come Economia

La “realtà” entra nel mirino del cybercrime

Come vere e proprie armi, anche gli invisibili bit possono prendere il controllo o colpire cose reali. Automobili, ospedali, aerei, acquedotti e centrali elettriche devono fare i conti con gli attacchi cyber. Il pericolo che possano essere controllati da malintenzionati dall’esterno esiste concretamente. Se la digitalizzazione ha aperto scenari rivoluzionari, come l’interconnessione di macchinari all’interno della catena di produzione, o il controllo remoto della propria casa, una realtà sempre più digitalizzata porta con sé anche grandi sfide per la sicurezza. Due mondi che si incontrano portano tanti vantaggi, ma anche ‘nemici’. Così il mondo cyber entra in quello fisico dalle porte di ingresso digitali, e sono diventati realtà attacchi che solo fino a poco fa erano pensabili solo nella fantascienza. Come quello che a marzo ha penetrato la rete idrica della Florida e ha manomesso i livelli di acidità dell’acqua potabile.

I pericoli della digitalizzazione

Sui pericoli della digitalizzazione c’è ancora troppa poca consapevolezza. L’85% degli attacchi informatici supera infatti le difese a causa di disattenzioni umane.
“Spesso si pensa agli attacchi cyber come una sola questione di dati, come ricatti o furti di informazioni, ma ora sono in crescita anche attacchi capaci di bloccare o distruggere infrastrutture reali – spiega Stefano Bordi, Direttore della Cyber & Security Academy di Leonard -. Un settore che va sotto il nome di cyber physical”. Un fenomeno reso appunto possibile dall’incontro di due mondi, digitale e analogico.

Uno dei grandi problemi è la mancanza di consapevolezza

“Esattamente come nel mondo reale – ha aggiunto Bordi – esiste un mercato nero di armi cyber in vendita per compiere azioni criminali di ogni tipo”.
Per contrastare i cyber criminali, come nel mondo reale esistono tante contromisure, ma uno dei grandi problemi è la mancanza di consapevolezza. È anche questo uno dei motivi della nascita della Cyber & Security Academy di Leonardo, un centro che ambisce a fornire le competenze e le capacità necessarie per fronteggiare le minacce alla sicurezza e supportare la transizione digitale a settori quali Difesa, Pubblica Amministrazione, infrastrutture critiche e imprese.

La sicurezza è un settore ancora considerato come un costo

All’interno della Cyber & Security Academy di Leonardo, riferisce Ansa, sono a disposizione strumenti molto potenti, come le piattaforme Cyber Range e Cyber Trainer, in cui replicare scenari di ‘battaglia cyber’ per addestrare personale, identificare eventuali debolezze delle infrastrutture e formare quante più persone possibile in Italia e in Europa.
“Servono strumenti di difesa sempre più efficaci, ma soprattutto più consapevolezza a tutti i livelli nel curare la sicurezza – commenta Bordi -. Un settore visto ancora spesso come un costo”. Ma serve anche tanta formazione.

Pubblicato
Etichettato come Economia

Caro carburanti: prezzi più alti fino al 60% in un anno

Il costo della benzina e del diesel ha ormai superato i 2 euro al litro. Gli aumenti dei prezzi del carburante sono in costante crescita, e si ripercuotono inevitabilmente sulle tasche degli automobilisti italiani, ma soprattutto su coloro che non possono fare a meno di utilizzare un mezzo proprio per lavorare. Secondo un’analisi di Facile.it, il portale di comparazione prezzi, oggi infatti il costo del diesel è più alto di circa il 60% rispetto al mese di febbraio 2021, mentre l’aumento per un pieno di benzina rilevato è del 46%. Rialzi leggermente più contenuti, invece, se si fa riferimento al mese di dicembre 2021: a marzo 2022 per fare un pieno di una vettura a gasolio si spende, in media, circa il 39% in più rispetto all’ultimo mese del 2021 e il 28% in più per un pieno di benzina.

I tassisti potrebbero spendere anche più di tremila euro in un anno

In base alle simulazioni di Facile.it, considerando i chilometri percorsi annualmente da un tassista alla guida di una vettura ibrida-benzina in una grande città, la spesa totale annua media è passata dai 2.040 euro di febbraio 2021 ai 3.133 euro di marzo 2022. Non va meglio a un autotrasportatore, che per un viaggio andata e ritorno da Torino a Palermo, attualmente deve mettere a budget circa 1.664 euro, contro i 1.037 euro di febbraio 2021.

Ripercussioni rilevanti anche per le famiglie italiane

Ovviamente le ripercussioni sono rilevanti anche per le famiglie italiane. La spesa annua stimata da Facile.it per un nucleo famigliare medio arriverebbe a essere maggiore di quasi 900 euro rispetto a febbraio 2021. Inoltre, ipotizzando, che i prezzi dei carburanti rimangano superiori a 2,1 euro al litro anche per tutto il resto di marzo, nel primo trimestre del 2022 per rifornirsi alla pompa si spenderebbe, mediamente, il 31% in più per i veicoli a diesel e il 25% in più per le auto a benzina.

Il Governo decide per il taglio momentaneo delle accise

Il Governo ha quindi comunicato le proprie decisioni per contrastare il rincaro dei carburanti: il taglio momentaneo delle accise ha portato a uno sconto di 30,5 centesimi per benzina e diesel. Di fatto, con l’entrata in vigore del taglio delle accise i carburanti hanno raggiunto la media di 1,78 euro al litro per la benzina e di 1,77 euro/litro per il gasolio. E i listini dei carburanti sono tornati ai livelli pre-conflitto in Ucraina, con la benzina tornata ai livelli di dicembre 2021 e il gasolio che segna le stesse quotazioni di metà febbraio 2022.

Pubblicato
Etichettato come Economia

Gli operatori telefonici dovranno investire 600 miliardi di dollari in tre anni

Tra il 2022 e il 2025 gli operatori del settore mobile di tutto il mondo dovranno affrontare investimenti per una cifra superiore ai 600 miliardi di dollari. Secondo il rapporto della GSMA Intelligence, The Mobile Economy, l’85% degli investimenti totali sarà rappresentato dal passaggio alle reti 5G, la cui adozione in rapida crescita porterà a un numero di connessioni prossimo al miliardo nel corso del 2022.
Entro il triennio che porta al 2025 il rapporto stima che il 5G coprirà un quarto delle connessioni mobili globali. In pratica, due persone su 5 sfrutteranno la nuova connessione. Inoltre, a fine 2021 circa 5,3 miliardi di persone sono abbonate a servizi mobili di tutte le generazioni, rappresentando il 67% della popolazione mondiale.

L’accelerazione del 5G

Lo slancio del 5G è stato accentuato da una serie di fattori, tra cui la ripresa economica del post Covid-19, l’aumento delle vendite di telefoni 5G, l’espansione della copertura della rete e gli sforzi di marketing degli operatori mobili.
Nel frattempo, una nuova ondata di implementazione del 5G nei grandi mercati con livelli di reddito modesti, come Brasile, Indonesia e India, potrebbe incentivare ulteriormente la produzione di massa di dispositivi 5G più convenienti, che a sua volta potrebbe rafforzare ulteriormente la crescita degli abbonati. A oggi, la crescita dell’utilizzo del 5G è trainata dai mercati più avanzati, Usa, Cina, e Corea del Sud

Il digital divide non è ancora colmato

Nel 2021, il valore delle tecnologie e dei servizi mobili hanno generato 4,5 trilioni di dollari, più o meno il cinque per cento del Pil a livello globale, e la cifra sembra essere destinata a raggiungere i 5 trilioni entro il 2025. Cresce poi in generale in tutto il mondo la connettività mobile: gli investimenti in infrastrutture di rete da parte degli operatori hanno ridotto il divario di copertura da un terzo della popolazione mondiale ad appena il 6%. Tuttavia il digital divide non è colmato. Nonostante sia raggiunta dalla rete di banda larga mobile, il 41% della popolazione mondiale non utilizza i servizi di Internet mobile, pari a 3,2 miliardi di persone. 

Il 4G ha ancora spazio per crescere nei mercati in via di sviluppo

Le ragioni di questo divario di utilizzo variano in base alla regione, e includono prezzi dei servizi troppo alti e mancanza di competenze per l’uso del mobile Internet. Inoltre, con l’accelerazione dell’adozione del 5G nei mercati principali come Cina, Corea del Sud e Stati Uniti, il 4G inizia a vivere una fase di contrazione. A livello globale, l’adozione del 4G rappresenterà il 55% delle connessioni totali entro il 2025, in calo rispetto al picco del 58% nel 2021. Ma il 4G ha ancora spazio per crescere nella maggior parte dei mercati in via di sviluppo. Nell’Africa subsahariana, ad esempio, l’adozione del 4G è inferiore a un quinto delle connessioni totali.

Pubblicato
Etichettato come Economia

Bonus disoccupati under 36, a chi spetta e come richiederlo

Arriva il Bonus bonus assunzione under 36, l’incentivo per l’assunzione di giovani che non abbiano mai avuto un lavoro stabile. Il bonus, previsto per il biennio 2021-2022, può essere fruito da coloro che non hanno compiuto 36 anni e non sono mai stati assunti a tempo indeterminato, né dall’azienda che intende fruire dell’incentivo né da altri datori di lavoro. Fanno eccezione le assunzioni in qualità di apprendista, lavoratore domestico e con contratto di lavoro intermittente, ricorda laleggepertutti.it. Non possono in ogni caso beneficiare dell’incentivo le PA e le aziende appartenenti al cosiddetto settore K (finanziario e assicurativo).

Inoltre, il bonus non può essere cumulato con altri incentivi all’assunzione di tipo economico o con sgravi contributivi.

Gli sgravi per il datore di lavoro

L’agevolazione non deve essere confusa con l’incentivo per l’assunzione di giovani disoccupati under 30, introdotto dalla legge di bilancio 2018, e previsto strutturalmente, non per il solo biennio 2021-2022 come appunto il bonus assunzione under 36. Quest’ultimo consente al datore di lavoro che assume di fruire di uno sgravio pari al 100% della contribuzione previdenziale dovuta (esclusi premi Inail e contribuzione non avente natura previdenziale). È previsto però un tetto massimo annuo di fruizione pari a 6mila euro, da parametrare su base mensile. In caso di assunzione part time, lo sgravio massimo fruibile è ridotto proporzionalmente. La durata dello sgravio è pari a: 36 mesi, e 48 mesi per i datori che effettuano assunzioni in una sede o unità produttiva ubicata nelle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna.

Esclusi i rapporti di apprendistato, lavoro domestico e contratti intermittenti 

Condizione fondamentale per la fruizione dell’agevolazione è che il dipendente non abbia mai avuto un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, esclusi i rapporti di apprendistato, lavoro domestico e i contratti intermittenti. Qualora il lavoratore sia già stato assunto a tempo indeterminato e il rapporto sia cessato, senza che il datore di lavoro abbia beneficiato interamente dello sgravio, il nuovo datore di lavoro può fruire del bonus residuo (portabilità).

Per verificare se l’interessato è già stato assunto a tempo indeterminato, l’Inps ha reso disponibile sul proprio portale web un’apposita utility che evidenzia i precedenti rapporti a tempo indeterminato non agevolati, nonché quelli agevolati per i quali è possibile fruire della portabilità.

È possibile fruire del rimborso degli arretrati

Il bonus assunzione under 36 non può essere applicato per le assunzioni o le prosecuzioni (conferma) con contratto di apprendistato, contratto di lavoro intermittente e contratto di lavoro domestico. L’Inps ha fornito le istruzioni per usufruire dell’esonero contributivo per le assunzioni di giovani a tempo indeterminato e per le trasformazioni di contratti a tempo determinato effettuate a decorrere dal 1° gennaio 2021. Ha inoltre chiarito come fruire del rimborso degli arretrati, in caso di assunzioni o trasformazioni precedenti a settembre 2021.
In ogni caso, la Commissione Europea ha autorizzato il bonus assunzione under 36 per l’anno 2021, mentre l’autorizzazione per il 2022 non è stata ancora rilasciata.

Pubblicato
Etichettato come Economia

Imprese del milanese, i giudizi e le previsioni sullo smart working

Promosso o bocciato? Lo smart working, la modalità di lavoro da remoto che ha visto un’accelerazione esponenziale soprattutto nei primi mesi della pandemia come viene giudicato dalle imprese che lo hanno adottato? Fermo restando che il lavoro a distanza è stato un “salvavita” per le aziende, ora – nonostante la variante Omicron abbia spinto tantissime realtà specie del settore privato a ritornarvi, qual è il giudizio? Risponde a questa domanda il sondaggio Ipsos “Le imprese milanesi ai tempi del Covid” – condotto per Laboratorio Futuro dell’Istituto Toniolo – che ha indagato le opinioni di aziende e lavoratori milanesi in merito allo smart-working ai tempi del Covid-19. Le principali evidenze sono che Il 43% delle aziende di Milano e provincia non ritiene possibile lo smart-working. Si tratta in questo caso di aziende di piccole dimensioni, localizzate nella provincia di Milano e operanti nel settore del commercio. Inoltre, il 47% delle aziende ritiene che lo smart-working sia applicabile solo per alcune funzioni e livelli aziendali.

Dubbi soprattutto sul recruitment a distanza

Venendo ai giudizi nel merito, alle aziende coinvolte nell’indagine è stato chiesto di valutare su una scala da 1 (pessimo) a 10 (eccellente), l’esperienza dello smart-working: il “voto” in questo caso è pari a 6,64. Le aziende più soddisfatte sono quelle dei comuni della prima fascia, di grandi dimensioni, nel settore del commercio.
Giudizio meno positivo per il reclutamento a distanza, che ha riguardato il 71,1% delle aziende. Il giudizio di questa esperienza è negativo: infatti il 78,6% dichiara che non farà ricorso al reclutamento a distanza in futuro. Invece, per quanto riguarda lo stage a distanza, l’8% del campione intervistato ha fatto questa esperienza e solo il 2,7% intende proseguirla. Su una scala da 1 (pessimo) a 10 (eccellente), la valutazione media complessiva dell’esperienza dello smart-working, espressa dalle aziende intervistate, è pari a 6,64. Le aziende più soddisfatte sono quelle dei comuni della prima fascia, di grandi dimensioni, nel settore del commercio.
Il reclutamento a distanza ha riguardato il 71,1% delle aziende e la valutazione media di questa esperienza è negativa, infatti il 78,6% dichiara che non farà ricorso al reclutamento a distanza in futuro. Invece, per quanto riguarda lo stage a distanza, l’8% del campione intervistato ha fatto questa esperienza e solo il 2,7% intende proseguirla.

Il voto dei lavoratori 

Su una scala da 1 (pessimo) a 10 (eccellente), la valutazione media complessiva dei lavoratori sul ricorso allo smart-working è pari a 7. Tra gli aspetti più apprezzati spiccano la produttività del lavoro e il work-life balance, invece, tra quelli più penalizzati troviamo il rapporto coi colleghi e quello con i superiori.

Pubblicato
Etichettato come Economia

Lavoro autonomo, quando si ritornerà a livelli pre Covid?

Se il lavoro dipendente sembra aver ripreso nuovo slancio dopo la pandemia, ritornando a numeri pari a quelli del periodo pre Covid, lo stesso non si può dire del lavoro autonomo. Sempre proprio essere questo l’ambito professionale più penalizzato dalla crisi: e, anche se a novembre 2021 si è registrato un lieve incrementi (+1,3%) rispetto al precedente mese di ottobre, i livelli del 2029 sono ancora lontani. A dirlo è un’analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, che attinge dai dati Istat relativi al terzo trimestre del 2021.

350mila unità in meno nell’ultimo trimestre 2021

Negli ultimi tre mesi del 2021, riferisce Askanews, si è registrato un calo di 350 mila occupati rispetto allo stesso periodo del 2019, scendendo a quota 4 milioni e 940 mila. La perdita maggiore tra le donne: -131 mila occupate, ma anche tra gli uomini i valori registrati sono elevati, considerato un decremento complessivo di 219 mila indipendenti. La pandemia ha senza dubbio accentuato le criticità di un modello di lavoro, quello autonomo, che ha perso appeal tra i lavoratori, soprattutto i più giovani. Per quanto riguarda le fasce d’età, a fare le spese maggiori degli effetti della pandemia è quella fra i 40 e i 409 anni, che ha visto un calo di 223 mila soggetti. Cali più contenuti invece per gli autonomi fra i 50 e i 59 anni, con 60 mila lavoratori in meno.  Per quanto concerne i settori che hanno registrato le maggiori difficoltà spicca il commercio: rispetto al 2019, infatti, si sono persi più di 190 mila autonomi. Dopo questo seguono l’industria (43 mila unità in meno) e l’area dei servizi tecnici e professionali (34 mila autonomi in meno). 

Buono stato di salute per l’edilizia

In controtendenza, per fortuna, ci sono però altri settori: Il settore dell’edilizia, invece, registra un buono stato di salute, con un incremento del lavoro autonomo negli ultimi due anni del 2,8%. Anche sotto il profilo professionale si registrano tendenze diverse. Le professioni tecniche sono quelle più impoverite con quasi 100 mila occupati in meno nell’ultimo biennio. I dati non sono più confortanti per le professioni intellettuali e ad elevata specializzazione: rispetto al 2019, infatti, si sono persi 73 mila lavoratori. A penalizzare ancor di più questo mondo è la diversità di tutela rispetto al lavoro a tempo indeterminato. Secondo l’indagine condotta ad aprile 2021 da Fondazione Studi e SWG, due autonomi su tre hanno dichiarato che la pandemia ha avuto un impatto negativo (51,8%) o molto negativo (14,9%) sul loro lavoro e il 53,5% ha affermato di aver registrato una riduzione del reddito. E le previsioni per il 2020, avverte ancora l’analisi, sono al momento fra luci e ombre.

Pubblicato
Etichettato come Economia

Il commercio agroalimentare nella Ue a +6,1% nei primi nove mesi 2021

Gli ultimi dati sul commercio agroalimentare della Ue indicano che nei prmi nove mesi del 2021 le esportazioni sono aumentate dell’8%, attestandosi a 145,2 miliardi di euro, mentre l’aumento registrato dalle importazioni è del 3,5% rispetto ai primi 9 mesi del 2020, una crescita che ha permesso di raggiungere un fatturato complessivo pari a 94,2 miliardi.
Tra le esportazioni e le importazioni nel periodo da gennaio a settembre 2021 il valore totale del commercio agroalimentare della Ue ammonta quindi a 239,5 miliardi di euro, per un aumento del 6,1% rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente.

L’export verso gli Stati Uniti sale del +15%

Questi dati riflettono un’eccedenza complessiva del commercio agroalimentare equivalente a 51 miliardi di euro per i primi nove mesi del 2021, pari a un aumento del 17% rispetto allo stesso periodo del 2020. La crescita maggiore delle esportazioni si registra verso gli Stati Uniti, per un aumento del 15%, principalmente grazie alle esportazioni di prodotti quali vino, acquaviti e liquori, ma anche cioccolato e dolciumi. In aumento anche le esportazioni verso la Corea del Sud, in virtù delle eccellenti performance del vino, della carne suina, del frumento e del frumento segalato, e le esportazioni verso la Svizzera.

Import: l’aumento maggiore è per i prodotti provenienti dal Brasile

Quanto alle esportazioni agroalimentari verso il Regno Unito nel 2021 hanno per la prima volta superato l’importo del corrispondente periodo dell’anno precedente, aumentando di 166 milioni di euro. Si segnalano al contrario riduzioni significative del valore delle esportazioni verso l’Arabia Saudita, Hong Kong e Kuwait.
Per quanto riguarda le importazioni agroalimentari, l’aumento maggiore è stato registrato per i prodotti provenienti dal Brasile, le cui importazioni sono cresciute di 1,4 miliardi, con un aumento del 16 % rispetto allo stesso periodo del 2020. In crescita anche le importazioni da Indonesia, Argentina, Australia e dall’India.

I più esportati: vino, acquaviti, liquori, olii di colza girasole, cioccolato e pasticceria

Per contro, diminuzioni considerevoli sono state rilevate nelle importazioni da diversi paesi, tra le quali la più significativa è la diminuzione di 2,9 miliardi, pari al 27%, delle importazioni provenienti dal Regno Unito, seguita da quelle provenienti da Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda e Moldavia.
Per quanto concerne le categorie di prodotti, riferisce Italpress, il periodo gennaio-settembre 2021 ha registrato un forte aumento dei valori di esportazione di vino, acquaviti e liquori. Altri significativi aumenti del valore delle esportazioni sono stati osservati per gli olii di colza e di girasole, il cioccolato e la pasticceria. Sono viceversa diminuite considerevolmente le esportazioni di alimenti per bambini e di frumento.

Pubblicato
Etichettato come Economia

Crescono fatturato e posti di lavoro delle imprese italiane

Sace, la società del gruppo italiano a partecipazione pubblica Cassa Depositi e Prestiti, fa crescere il fatturato delle imprese italiane, e sostiene l’aumento anche dei posti di lavoro. Nel 2019 il contributo di Sace sulle imprese italiane ha infatti generato 13,8 miliardi di euro di fatturato addizionale, e oltre 40 mila posti di lavoro. Inoltre, le aziende che hanno beneficiato degli strumenti di Sace, di Simest e della controllata Sace Bt, hanno generato ulteriori 26 miliardi lungo le rispettive filiere produttive. La conferma arriva dai risultati emersi dall’analisi d’impatto economico e sociale realizzata dall’ufficio studi di Sace insieme a Prometeia. Lo studio è stato condotto su oltre 23mila operazioni, che hanno coinvolto 8.360 imprese attive in 162 Paesi, e mobilitato oltre 163 miliardi di risorse tra il 2005 e il 2019.

Un beneficio anche per l’export

Dall’analisi di Sace emerge che il numero di operazioni è passato dalle circa mille del 2008 alle oltre 2 mila del 2019, mentre il numero di imprese clienti è più che raddoppiato, passando dalle 500 del 2008 alle oltre 1.300 nel 2019, di cui il 75% sono Pmi. E a beneficiarne di più è l’export: secondo l’Istat dal 2010 al 2019 il numero degli esportatori nazionali è aumentato del 3,4%, rispetto al 22,5% registrato tra le imprese clienti di Sace e Simest.  Tra i settori spicca la meccanica strumentale, con oltre il 30% delle imprese, in particolare dei comparti macchine, moda, costruzioni e alimentare. Rilevanti però risultano anche i comparti ad alta intensità tecnologica e dei mezzi di trasporto. Per Sace Bt si evidenziano i settori più legati al consumo, come ad esempio agroalimentare, moda e distribuzione.

In forte crescita i settori del Made in Italy

Negli ultimi due anni si conferma poi anche la forte crescita delle imprese appartenenti ai settori del Made in Italy (agroalimentare e sistema moda).
Per quanto riguarda la distribuzione a livello territoriale è il Nord-Est a guidare la classifica, con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, che rappresentano il 58% delle imprese. Al Sud si distinguono Campania, Puglia e Sicilia. Quanto alla destinazione delle strategie di internazionalizzazione, tra il 2015 e il 2019 le principali geografie di riferimento sono state il Brasile, gli Emirati Arabi Uniti e la Russia. Solo nel 2019, anche l’India ha avuto un ruolo in primo piano.

Gli strumenti di Sace, Simest e Sace Bt

Nello specifico, gli strumenti analizzati hanno riguardato l’export credit di Sace (volto a proteggere dal rischio insolvenza e diviso in credito fornitore, credito acquirente e documentario), le garanzie Sace per facilitare l’accesso al credito e migliorare la competitività nelle gare d’appalto internazionali, e gli strumenti di sostegno degli investimenti diretti esteri. Il factoring estero per garantire liquidità alle imprese, con strumenti per la patrimonialità, patrimonializzazione ed export credit sono stati messi in campo da Simest. Invece, per Sace Bt l’analisi ha considerato la polizza globale, che consente alle imprese di assicurare l’intero fatturato dilazionato, e la sviluppo export, dedicata all’attività internazionale della clientela.

Pubblicato
Etichettato come Economia

Terziario lombardo, crescono i Servizi ma rallenta il Commercio al dettaglio

Unioncamere Lombardia ha pubblicato i dati congiunturali del terzo trimestre 2021 relativi al terziario lombardo. In particolare, se per i Servizi i dati rilevano un incremento del +5,5% sostenuto dai prezzi, al contrario, il Commercio al dettaglio si ferma al -0,2%. I risultati del terziario lombardo nel terzo trimestre dell’anno evidenziano quindi un quadro complessivo contrastante, anche se gli elementi positivi sembrano prevalere e le aspettative degli imprenditori sono compatibili con un trend di crescita.
“Come Regione rimane l’impegno di mettere in campo tutto il sostegno possibile con misure concrete”, dichiara Guido Guidesi, assessore allo sviluppo economico di Regione Lombardia. Nelle prossime settimane usciranno infatti alcuni bandi, come ‘Nuova Impresa’ e ‘Attività Storiche’, dedicati alle attività più colpite dalla crisi pandemica.

Servizi, un percorso di crescita robusto

Nei servizi il fatturato mostra un incremento elevato su base annua (+15,9%), condizionato dai bassi livelli di attività che avevano caratterizzato il 2020, tuttavia il percorso di crescita è robusto, come conferma la variazione sul trimestre scorso (+5,5%). L’incremento del fatturato è sostenuto anche dall’accelerazione dei prezzi di vendita (+1,8%), particolarmente evidente nel commercio all’ingrosso. Il terzo incremento congiunturale positivo consecutivo permette quindi all’indice Unioncamere Lombardia del fatturato di toccare quota 107, colmando il divario con i valori pre-crisi. Qui, servizi alle imprese e commercio all’ingrosso toccano i massimi storici, mentre alloggio, ristorazione e servizi alle persone non hanno ancora recuperato i livelli del 2019.

Commercio al dettaglio, si spera in una chiusura positiva dell’anno

Nel commercio al dettaglio il fatturato aumenta del +4,2% su base annua, ma la variazione congiunturale evidenzia invece un andamento stagnante (-0,2%). Le indicazioni che si ricavano dal quadro degli altri indicatori sono tuttavia incoraggianti: le giacenze di magazzino sono a livelli minimi e gli ordini ai fornitori sono ancora in espansione. La fiducia degli imprenditori appare però molto elevata, e lascia sperare in una chiusura positiva dell’anno. Il numero indice di Unioncamere Lombardia del fatturato si attesta a quota 88,8, in linea con i valori che avevano caratterizzato il 2019. Minimarket e supermercati proseguono il trend positivo su livelli di attività superiori a quelli di due anni fa, mentre gli esercizi non alimentari, pur in significativo recupero, non hanno ancora chiuso il gap rispetto ai valori pre-crisi.

Sostenere il sistema economico regionale

“Si sta confermando la crescita dei servizi, e anche il quadro del commercio al dettaglio, sebbene ancora un po’ incerto, sembra orientato in senso positivo – commenta Gian Domenico Auricchio, Presidente di Unioncamere Lombardia -. Stiamo monitorando la situazione con attenzione, perché la ripresa del terziario dopo la crisi è adesso un tassello fondamentale per sostenere il sistema economico regionale”.
Anche il settore del commercio, tra quelli che maggiormente ha pagato le chiusure imposte dal Governo, mostra segnali incoraggianti. Secondo Guido Guidesi, “Il grande sacrificio dei commercianti lombardi e il supporto pubblico stanno dando i risultati auspicati”.

Pubblicato
Etichettato come Economia