Come riconoscere i sintomi del Covid-19

Quando la temperatura del corpo comincia a salire, in questo periodo è normale avere timore di aver contratto il Coronavirus.

Esso altro non è che un virus respiratorio che ha generato la pandemia che stiamo vivendo ormai da circa 2 anni. La sua sintomatologia è del tutto simile a quella di una influenza per cui diventa difficile distinguerlo.

I pazienti che ne sono interessati presentano solitamente febbre, dolori muscolari, difficoltà respiratorie e tipicamente anche tosse. Il problema è che in alcuni casi, e in alcuni soggetti, questo virus è in grado di sviluppare problematiche che rendono necessario il ricovero ospedaliero.

Ecco perché quando si hanno già dei primi sintomi di influenza si cerca di capire se si tratti di Covid-19 o meno, così da poter intervenire con largo anticipo.

Andiamo allora vedere in che maniera è possibile riconoscere i sintomi del Covid-19 e dunque andare ad eliminare ogni eventuale dubbio circa una eventuale infezione da parte nostra.

I sintomi del Covid-19

Solitamente chi contrae il Covid-19 accusa una sensazione di malessere generale associata a febbre e tosse secca, ma non solo. Uno dei tipici segnali, Sebbene non sia univoco, è quello dell’olfatto che diminuisce.

Non si è più infatti, per qualche giorno, in grado di distinguere odori e sapori. Ciò avviene in misura differente in base a ciascun paziente. Sì accusano inoltre un certo affanno e respiro corto, oltre la sensazione generica di stanchezza e indolenzimento sia a livello muscolare che articolare.

Spesso i pazienti interessati da Covid-19 riscontrano una certa congestione nasale e mal di gola. La febbre non sempre arriva e in alcuni casi non va oltre i 38°.

La tosse è invece fastidiosa e descritta come alquanto insistente. Come accennato vi è anche una perdita del gusto e dell’olfatto che può durare da qualche giorno a due settimane.

In casi più rari il Covid si presenta con disturbi gastrointestinali come ad esempio la diarrea o la nausea.

Quanto dura l’incubazione del Covid-19?

Per periodo di incubazione si intende quell’arco di tempo che va a partire dal momento del contagio sino alla comparsa della prima sintomatologia. Questo periodo va dai due giorni fino ad un massimo di quattordici.

Nei pazienti interessati da Covid-19 in genere il quadro sintomatologico si presenta a partire dal quinto o dal sesto giorno dal momento del contagio.

Quali sono le conseguenze del Covid-19?

La grande maggioranza delle persone interessate da Covid-19 ha una altissima probabilità di guarigione: in moltissimi casi infatti non è necessario il ricovero ospedaliero.

I pazienti possono dirsi completamente guariti nel momento in cui la febbre scompare, così come i sintomi del virus. Inoltre è necessario effettuare un tampone rinofaringeo o faringeo che dia esito negativo.

Per quel che riguarda invece i casi che possiamo definire più gravi, è possibile che si sviluppino delle importanti polmoniti che possono comportare una insufficienza respiratoria.

Chiaramente, così come tutte le altre malattie che riguardano l’apparato respiratorio, il Covid-19 può essere causa di problematiche blande quali tosse e raffreddore, ma avere anche sintomatologie più severe come ad esempio la polmonite.

È buona norma comunque richiedere il parere di uno specialista o un teleconsulto medico se si sospetta che i sintomi che si avvertono possano essere riconducibili al Covid-19.

In questa maniera sarà possibile sciogliere ogni dubbio, il che è molto importante anche per le altre persone che vivono in casa o per colleghi di lavoro e tutte quelle altre persone con le quali si entra in contatto quando non si era ancora scoperta una eventuale positività al virus.

Caro carburanti: prezzi più alti fino al 60% in un anno

Il costo della benzina e del diesel ha ormai superato i 2 euro al litro. Gli aumenti dei prezzi del carburante sono in costante crescita, e si ripercuotono inevitabilmente sulle tasche degli automobilisti italiani, ma soprattutto su coloro che non possono fare a meno di utilizzare un mezzo proprio per lavorare. Secondo un’analisi di Facile.it, il portale di comparazione prezzi, oggi infatti il costo del diesel è più alto di circa il 60% rispetto al mese di febbraio 2021, mentre l’aumento per un pieno di benzina rilevato è del 46%. Rialzi leggermente più contenuti, invece, se si fa riferimento al mese di dicembre 2021: a marzo 2022 per fare un pieno di una vettura a gasolio si spende, in media, circa il 39% in più rispetto all’ultimo mese del 2021 e il 28% in più per un pieno di benzina.

I tassisti potrebbero spendere anche più di tremila euro in un anno

In base alle simulazioni di Facile.it, considerando i chilometri percorsi annualmente da un tassista alla guida di una vettura ibrida-benzina in una grande città, la spesa totale annua media è passata dai 2.040 euro di febbraio 2021 ai 3.133 euro di marzo 2022. Non va meglio a un autotrasportatore, che per un viaggio andata e ritorno da Torino a Palermo, attualmente deve mettere a budget circa 1.664 euro, contro i 1.037 euro di febbraio 2021.

Ripercussioni rilevanti anche per le famiglie italiane

Ovviamente le ripercussioni sono rilevanti anche per le famiglie italiane. La spesa annua stimata da Facile.it per un nucleo famigliare medio arriverebbe a essere maggiore di quasi 900 euro rispetto a febbraio 2021. Inoltre, ipotizzando, che i prezzi dei carburanti rimangano superiori a 2,1 euro al litro anche per tutto il resto di marzo, nel primo trimestre del 2022 per rifornirsi alla pompa si spenderebbe, mediamente, il 31% in più per i veicoli a diesel e il 25% in più per le auto a benzina.

Il Governo decide per il taglio momentaneo delle accise

Il Governo ha quindi comunicato le proprie decisioni per contrastare il rincaro dei carburanti: il taglio momentaneo delle accise ha portato a uno sconto di 30,5 centesimi per benzina e diesel. Di fatto, con l’entrata in vigore del taglio delle accise i carburanti hanno raggiunto la media di 1,78 euro al litro per la benzina e di 1,77 euro/litro per il gasolio. E i listini dei carburanti sono tornati ai livelli pre-conflitto in Ucraina, con la benzina tornata ai livelli di dicembre 2021 e il gasolio che segna le stesse quotazioni di metà febbraio 2022.

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Gli operatori telefonici dovranno investire 600 miliardi di dollari in tre anni

Tra il 2022 e il 2025 gli operatori del settore mobile di tutto il mondo dovranno affrontare investimenti per una cifra superiore ai 600 miliardi di dollari. Secondo il rapporto della GSMA Intelligence, The Mobile Economy, l’85% degli investimenti totali sarà rappresentato dal passaggio alle reti 5G, la cui adozione in rapida crescita porterà a un numero di connessioni prossimo al miliardo nel corso del 2022.
Entro il triennio che porta al 2025 il rapporto stima che il 5G coprirà un quarto delle connessioni mobili globali. In pratica, due persone su 5 sfrutteranno la nuova connessione. Inoltre, a fine 2021 circa 5,3 miliardi di persone sono abbonate a servizi mobili di tutte le generazioni, rappresentando il 67% della popolazione mondiale.

L’accelerazione del 5G

Lo slancio del 5G è stato accentuato da una serie di fattori, tra cui la ripresa economica del post Covid-19, l’aumento delle vendite di telefoni 5G, l’espansione della copertura della rete e gli sforzi di marketing degli operatori mobili.
Nel frattempo, una nuova ondata di implementazione del 5G nei grandi mercati con livelli di reddito modesti, come Brasile, Indonesia e India, potrebbe incentivare ulteriormente la produzione di massa di dispositivi 5G più convenienti, che a sua volta potrebbe rafforzare ulteriormente la crescita degli abbonati. A oggi, la crescita dell’utilizzo del 5G è trainata dai mercati più avanzati, Usa, Cina, e Corea del Sud

Il digital divide non è ancora colmato

Nel 2021, il valore delle tecnologie e dei servizi mobili hanno generato 4,5 trilioni di dollari, più o meno il cinque per cento del Pil a livello globale, e la cifra sembra essere destinata a raggiungere i 5 trilioni entro il 2025. Cresce poi in generale in tutto il mondo la connettività mobile: gli investimenti in infrastrutture di rete da parte degli operatori hanno ridotto il divario di copertura da un terzo della popolazione mondiale ad appena il 6%. Tuttavia il digital divide non è colmato. Nonostante sia raggiunta dalla rete di banda larga mobile, il 41% della popolazione mondiale non utilizza i servizi di Internet mobile, pari a 3,2 miliardi di persone. 

Il 4G ha ancora spazio per crescere nei mercati in via di sviluppo

Le ragioni di questo divario di utilizzo variano in base alla regione, e includono prezzi dei servizi troppo alti e mancanza di competenze per l’uso del mobile Internet. Inoltre, con l’accelerazione dell’adozione del 5G nei mercati principali come Cina, Corea del Sud e Stati Uniti, il 4G inizia a vivere una fase di contrazione. A livello globale, l’adozione del 4G rappresenterà il 55% delle connessioni totali entro il 2025, in calo rispetto al picco del 58% nel 2021. Ma il 4G ha ancora spazio per crescere nella maggior parte dei mercati in via di sviluppo. Nell’Africa subsahariana, ad esempio, l’adozione del 4G è inferiore a un quinto delle connessioni totali.

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Perché rinnovare un salone da parrucchiere?

Se ti stai chiedendo quali siano i motivi veramente validi per rinnovare un salone da parrucchiere, probabilmente alla base di questa tua domanda c’è già la percezione di una necessità.

Probabilmente ti sarai reso conto che parte della tua clientela ti ha abbandonato per passare alla concorrenza, e che dunque il fatturato mensile non è più quello di una volta. Partendo infatti dal presupposto che la gente ha sempre necessità di tagliare i capelli o curare il proprio look, se i clienti all’interno del tuo locale oggi scarseggiano è semplicemente perché preferiscono i servizi di un tuo competitor.

Fai bene allora a questo punto a cercare di capire cosa poter fare per porre rimedio alla situazione e recuperare la clientela persa.

In quest’ottica, va proprio detto che rinnovare i locali è una delle cose che potresti effettivamente fare per riconquistare i clienti e spingerli a tornare a provare i tuoi servizi.

Perché è importante rinnovare il tuo locale?

Devi sapere che con gli anni che passano, gli arredi che hai comprato quando hai avviato la tua attività sono nel frattempo diventati obsoleti o comunque mostrano di avere qualche annetto e segni di usura.

Nel complesso tutto ciò si traduce in un aspetto piuttosto vintage se non addirittura vecchio.

Contemporaneamente tanti tuoi competitors, anche nel tuo quartiere, nel frattempo hanno avviato anche essi questo tipo di attività ma al posto tuo al momento hanno degli arredi che sono nuovi e perfettamente in grado di stupire e affascinare il cliente.

È logico pensare dunque che i clienti preferiscano recarsi dalla concorrenza piuttosto che nel tuo locale, nonostante i tuoi sforzi.

Le tue attrezzature da lavoro sono di nuova generazione?

Quel che vale per i mobili e gli arredi in genere vale anche per le attrezzature da lavoro. Gli strumenti che adoperi ogni giorno sono moderni dal punto di vista del design oltre ad essere funzionali?

Danno l’impressione di essere degli strumenti di qualità in grado di garantire risultati migliori, o sembrano semplicemente degli strumenti piuttosto obsoleti o comuni come quelli che si hanno in casa?

Se la risposta a queste domande è un sì, e se dunque molte delle cose che è possibile ammirare dentro il tuo salone sono obsolete, è arrivato il momento di rinnovare i tuoi locali incluse le attrezzature.

Scegli per questo di acquistare forniture per parrucchieri che siano certamente utili a migliorare la qualità del tuo lavoro, ma anche accattivanti e dal design moderno.

In questa maniera darai certamente un aspetto più alla moda e accogliente al tuo locale, con tutti i vantaggi che ne derivano per quel che riguarda la percezione della tua attività.

Cosa rischio se non rinnovo?

I clienti, si sa, sono attratti da ciò che è nuovo e bello. Dunque se con il passare degli anni i tuoi arredi ed i tuoi locali in genere cominciano a diventare obsoleti o addirittura vintage, il rischio è che pian piano la tua affezionata clientela comincerà a cercare un altro parrucchiere.

Tutti infatti preferiscono essere serviti in locali moderni, puliti, ben illuminati ma soprattutto che siano alla moda.

Conclusione

Se vuoi curarti dell’aspetto fisico e dell’apparenza dei tuoi clienti dunque, comincia innanzitutto a prenderti cura del modo in cui appaiono i tuoi locali se vuoi che la tua attività continui ad avere il successo che l’ha contraddistinta in tutti questi anni.

Il resto viene da sé, ma questa è la base per una attività imprenditoriale di successo ed in grado non soltanto di acquisire nuovi clienti, ma di mantenere nel tempo un legame indissolubile con ogni singola persona che abbia provato i tuoi servizi.

Gli italiani si sentono vittime di fake news

Sono passati due anni dall’inizio della pandemia e la discussione sulla diffusione delle fake news continua a essere più che mai attuale. Tanto che il 66% degli italiani si dice preoccupato o molto preoccupato per la diffusione di fake news, e il 60% ritiene di esserne quotidianamente bersagliato. Il 62% pensa inoltre che nei prossimi tre anni la circolazione di notizie false sui media sia destinata ad aumentare.
Queste percentuali, emerse da un’indagine di Readly, sono le più alte d’Europa. In media, negli altri paesi, solo il 39% dei cittadini si dice preoccupato per le fake news, e solo il 44% si sente quotidianamente esposto a esse. In Svezia ‘solo’ il 28% dichiara di sentirsi esposto quotidianamente alle notizie false.

Solo il 7% paga per accedere a contenuti di informazione qualificati

Tuttavia, oggi, i cittadini italiani sono i meno propensi a pagare per accedere a contenuti di informazione qualificati. Lo fa, infatti, solo il 7%, a fronte di una media del 12% nei paesi europei. Quasi un italiano su quattro si dichiara però disposto ad acquistare contenuti di informazione a pagamento, mentre il 22% si ripromette di valutare la spesa in caso di aumento dell’esposizione alle fake news.
“La diffusione di notizie create ad arte è stata una questione sempre presente durante la pandemia, e sembra raggiungere nuovi picchi in periodi pre-elettorali o quando si inaspriscono i contrasti tra le potenze economiche – afferma Marie Sophie Von Bibra, Head of Growth per l’Italia di Readly -. La nostra indagine dimostra tuttavia che in generale siamo diventati sempre più consapevoli della responsabilità personale di verificare i contenuti che riceviamo e le fonti di informazione a cui ci affidiamo”. 

Le fonti di informazione considerate più affidabili

Gli italiani preferiscono affidarsi ai media tradizionali per accedere a contenuti di informazione, soprattutto TV (28%), quotidiani e riviste (23%) e siti di informazione (19%). Soltanto il 5% degli italiani considera i social media attendibili per l’informazione.
Anche i social network iniziano però a prendere posizione contro le fake news: Twitter, ad esempio, ha dichiarato che bollerà come ‘contenuti fuorvianti’ i post che contengono informazioni false e notizie ingannevoli sulla pandemia.

L’influenza dei media su valori e opinioni

La maggior parte degli italiani (57%) crede che i media abbiano un impatto nella propria vita. Il 36% crede che siano direttamente correlati con la crescita del proprio livello di conoscenza, il 31% che i media influiscano sull’apprendimento di questioni fondamentali, che altrimenti non verrebbero considerate, il 20% pensa che i media plasmino i propri valori politici, il 18% che influenzino passioni e interessi, e il 17% che influiscano sui propri valori.
“Ciò che leggiamo sui media ha un grande impatto in diversi ambiti della nostra vita quotidiana – sostiene Marie Sophie Von Bibra -. Un italiano su cinque afferma che il consumo dei media modella i propri valori politici: è quindi della massima importanza accedere a notizie verificate da diverse prospettive”. 

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Bonus disoccupati under 36, a chi spetta e come richiederlo

Arriva il Bonus bonus assunzione under 36, l’incentivo per l’assunzione di giovani che non abbiano mai avuto un lavoro stabile. Il bonus, previsto per il biennio 2021-2022, può essere fruito da coloro che non hanno compiuto 36 anni e non sono mai stati assunti a tempo indeterminato, né dall’azienda che intende fruire dell’incentivo né da altri datori di lavoro. Fanno eccezione le assunzioni in qualità di apprendista, lavoratore domestico e con contratto di lavoro intermittente, ricorda laleggepertutti.it. Non possono in ogni caso beneficiare dell’incentivo le PA e le aziende appartenenti al cosiddetto settore K (finanziario e assicurativo).

Inoltre, il bonus non può essere cumulato con altri incentivi all’assunzione di tipo economico o con sgravi contributivi.

Gli sgravi per il datore di lavoro

L’agevolazione non deve essere confusa con l’incentivo per l’assunzione di giovani disoccupati under 30, introdotto dalla legge di bilancio 2018, e previsto strutturalmente, non per il solo biennio 2021-2022 come appunto il bonus assunzione under 36. Quest’ultimo consente al datore di lavoro che assume di fruire di uno sgravio pari al 100% della contribuzione previdenziale dovuta (esclusi premi Inail e contribuzione non avente natura previdenziale). È previsto però un tetto massimo annuo di fruizione pari a 6mila euro, da parametrare su base mensile. In caso di assunzione part time, lo sgravio massimo fruibile è ridotto proporzionalmente. La durata dello sgravio è pari a: 36 mesi, e 48 mesi per i datori che effettuano assunzioni in una sede o unità produttiva ubicata nelle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna.

Esclusi i rapporti di apprendistato, lavoro domestico e contratti intermittenti 

Condizione fondamentale per la fruizione dell’agevolazione è che il dipendente non abbia mai avuto un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, esclusi i rapporti di apprendistato, lavoro domestico e i contratti intermittenti. Qualora il lavoratore sia già stato assunto a tempo indeterminato e il rapporto sia cessato, senza che il datore di lavoro abbia beneficiato interamente dello sgravio, il nuovo datore di lavoro può fruire del bonus residuo (portabilità).

Per verificare se l’interessato è già stato assunto a tempo indeterminato, l’Inps ha reso disponibile sul proprio portale web un’apposita utility che evidenzia i precedenti rapporti a tempo indeterminato non agevolati, nonché quelli agevolati per i quali è possibile fruire della portabilità.

È possibile fruire del rimborso degli arretrati

Il bonus assunzione under 36 non può essere applicato per le assunzioni o le prosecuzioni (conferma) con contratto di apprendistato, contratto di lavoro intermittente e contratto di lavoro domestico. L’Inps ha fornito le istruzioni per usufruire dell’esonero contributivo per le assunzioni di giovani a tempo indeterminato e per le trasformazioni di contratti a tempo determinato effettuate a decorrere dal 1° gennaio 2021. Ha inoltre chiarito come fruire del rimborso degli arretrati, in caso di assunzioni o trasformazioni precedenti a settembre 2021.
In ogni caso, la Commissione Europea ha autorizzato il bonus assunzione under 36 per l’anno 2021, mentre l’autorizzazione per il 2022 non è stata ancora rilasciata.

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Imprese del milanese, i giudizi e le previsioni sullo smart working

Promosso o bocciato? Lo smart working, la modalità di lavoro da remoto che ha visto un’accelerazione esponenziale soprattutto nei primi mesi della pandemia come viene giudicato dalle imprese che lo hanno adottato? Fermo restando che il lavoro a distanza è stato un “salvavita” per le aziende, ora – nonostante la variante Omicron abbia spinto tantissime realtà specie del settore privato a ritornarvi, qual è il giudizio? Risponde a questa domanda il sondaggio Ipsos “Le imprese milanesi ai tempi del Covid” – condotto per Laboratorio Futuro dell’Istituto Toniolo – che ha indagato le opinioni di aziende e lavoratori milanesi in merito allo smart-working ai tempi del Covid-19. Le principali evidenze sono che Il 43% delle aziende di Milano e provincia non ritiene possibile lo smart-working. Si tratta in questo caso di aziende di piccole dimensioni, localizzate nella provincia di Milano e operanti nel settore del commercio. Inoltre, il 47% delle aziende ritiene che lo smart-working sia applicabile solo per alcune funzioni e livelli aziendali.

Dubbi soprattutto sul recruitment a distanza

Venendo ai giudizi nel merito, alle aziende coinvolte nell’indagine è stato chiesto di valutare su una scala da 1 (pessimo) a 10 (eccellente), l’esperienza dello smart-working: il “voto” in questo caso è pari a 6,64. Le aziende più soddisfatte sono quelle dei comuni della prima fascia, di grandi dimensioni, nel settore del commercio.
Giudizio meno positivo per il reclutamento a distanza, che ha riguardato il 71,1% delle aziende. Il giudizio di questa esperienza è negativo: infatti il 78,6% dichiara che non farà ricorso al reclutamento a distanza in futuro. Invece, per quanto riguarda lo stage a distanza, l’8% del campione intervistato ha fatto questa esperienza e solo il 2,7% intende proseguirla. Su una scala da 1 (pessimo) a 10 (eccellente), la valutazione media complessiva dell’esperienza dello smart-working, espressa dalle aziende intervistate, è pari a 6,64. Le aziende più soddisfatte sono quelle dei comuni della prima fascia, di grandi dimensioni, nel settore del commercio.
Il reclutamento a distanza ha riguardato il 71,1% delle aziende e la valutazione media di questa esperienza è negativa, infatti il 78,6% dichiara che non farà ricorso al reclutamento a distanza in futuro. Invece, per quanto riguarda lo stage a distanza, l’8% del campione intervistato ha fatto questa esperienza e solo il 2,7% intende proseguirla.

Il voto dei lavoratori 

Su una scala da 1 (pessimo) a 10 (eccellente), la valutazione media complessiva dei lavoratori sul ricorso allo smart-working è pari a 7. Tra gli aspetti più apprezzati spiccano la produttività del lavoro e il work-life balance, invece, tra quelli più penalizzati troviamo il rapporto coi colleghi e quello con i superiori.

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Lavoro autonomo, quando si ritornerà a livelli pre Covid?

Se il lavoro dipendente sembra aver ripreso nuovo slancio dopo la pandemia, ritornando a numeri pari a quelli del periodo pre Covid, lo stesso non si può dire del lavoro autonomo. Sempre proprio essere questo l’ambito professionale più penalizzato dalla crisi: e, anche se a novembre 2021 si è registrato un lieve incrementi (+1,3%) rispetto al precedente mese di ottobre, i livelli del 2029 sono ancora lontani. A dirlo è un’analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, che attinge dai dati Istat relativi al terzo trimestre del 2021.

350mila unità in meno nell’ultimo trimestre 2021

Negli ultimi tre mesi del 2021, riferisce Askanews, si è registrato un calo di 350 mila occupati rispetto allo stesso periodo del 2019, scendendo a quota 4 milioni e 940 mila. La perdita maggiore tra le donne: -131 mila occupate, ma anche tra gli uomini i valori registrati sono elevati, considerato un decremento complessivo di 219 mila indipendenti. La pandemia ha senza dubbio accentuato le criticità di un modello di lavoro, quello autonomo, che ha perso appeal tra i lavoratori, soprattutto i più giovani. Per quanto riguarda le fasce d’età, a fare le spese maggiori degli effetti della pandemia è quella fra i 40 e i 409 anni, che ha visto un calo di 223 mila soggetti. Cali più contenuti invece per gli autonomi fra i 50 e i 59 anni, con 60 mila lavoratori in meno.  Per quanto concerne i settori che hanno registrato le maggiori difficoltà spicca il commercio: rispetto al 2019, infatti, si sono persi più di 190 mila autonomi. Dopo questo seguono l’industria (43 mila unità in meno) e l’area dei servizi tecnici e professionali (34 mila autonomi in meno). 

Buono stato di salute per l’edilizia

In controtendenza, per fortuna, ci sono però altri settori: Il settore dell’edilizia, invece, registra un buono stato di salute, con un incremento del lavoro autonomo negli ultimi due anni del 2,8%. Anche sotto il profilo professionale si registrano tendenze diverse. Le professioni tecniche sono quelle più impoverite con quasi 100 mila occupati in meno nell’ultimo biennio. I dati non sono più confortanti per le professioni intellettuali e ad elevata specializzazione: rispetto al 2019, infatti, si sono persi 73 mila lavoratori. A penalizzare ancor di più questo mondo è la diversità di tutela rispetto al lavoro a tempo indeterminato. Secondo l’indagine condotta ad aprile 2021 da Fondazione Studi e SWG, due autonomi su tre hanno dichiarato che la pandemia ha avuto un impatto negativo (51,8%) o molto negativo (14,9%) sul loro lavoro e il 53,5% ha affermato di aver registrato una riduzione del reddito. E le previsioni per il 2020, avverte ancora l’analisi, sono al momento fra luci e ombre.

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Il commercio agroalimentare nella Ue a +6,1% nei primi nove mesi 2021

Gli ultimi dati sul commercio agroalimentare della Ue indicano che nei prmi nove mesi del 2021 le esportazioni sono aumentate dell’8%, attestandosi a 145,2 miliardi di euro, mentre l’aumento registrato dalle importazioni è del 3,5% rispetto ai primi 9 mesi del 2020, una crescita che ha permesso di raggiungere un fatturato complessivo pari a 94,2 miliardi.
Tra le esportazioni e le importazioni nel periodo da gennaio a settembre 2021 il valore totale del commercio agroalimentare della Ue ammonta quindi a 239,5 miliardi di euro, per un aumento del 6,1% rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente.

L’export verso gli Stati Uniti sale del +15%

Questi dati riflettono un’eccedenza complessiva del commercio agroalimentare equivalente a 51 miliardi di euro per i primi nove mesi del 2021, pari a un aumento del 17% rispetto allo stesso periodo del 2020. La crescita maggiore delle esportazioni si registra verso gli Stati Uniti, per un aumento del 15%, principalmente grazie alle esportazioni di prodotti quali vino, acquaviti e liquori, ma anche cioccolato e dolciumi. In aumento anche le esportazioni verso la Corea del Sud, in virtù delle eccellenti performance del vino, della carne suina, del frumento e del frumento segalato, e le esportazioni verso la Svizzera.

Import: l’aumento maggiore è per i prodotti provenienti dal Brasile

Quanto alle esportazioni agroalimentari verso il Regno Unito nel 2021 hanno per la prima volta superato l’importo del corrispondente periodo dell’anno precedente, aumentando di 166 milioni di euro. Si segnalano al contrario riduzioni significative del valore delle esportazioni verso l’Arabia Saudita, Hong Kong e Kuwait.
Per quanto riguarda le importazioni agroalimentari, l’aumento maggiore è stato registrato per i prodotti provenienti dal Brasile, le cui importazioni sono cresciute di 1,4 miliardi, con un aumento del 16 % rispetto allo stesso periodo del 2020. In crescita anche le importazioni da Indonesia, Argentina, Australia e dall’India.

I più esportati: vino, acquaviti, liquori, olii di colza girasole, cioccolato e pasticceria

Per contro, diminuzioni considerevoli sono state rilevate nelle importazioni da diversi paesi, tra le quali la più significativa è la diminuzione di 2,9 miliardi, pari al 27%, delle importazioni provenienti dal Regno Unito, seguita da quelle provenienti da Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda e Moldavia.
Per quanto concerne le categorie di prodotti, riferisce Italpress, il periodo gennaio-settembre 2021 ha registrato un forte aumento dei valori di esportazione di vino, acquaviti e liquori. Altri significativi aumenti del valore delle esportazioni sono stati osservati per gli olii di colza e di girasole, il cioccolato e la pasticceria. Sono viceversa diminuite considerevolmente le esportazioni di alimenti per bambini e di frumento.

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Crescono fatturato e posti di lavoro delle imprese italiane

Sace, la società del gruppo italiano a partecipazione pubblica Cassa Depositi e Prestiti, fa crescere il fatturato delle imprese italiane, e sostiene l’aumento anche dei posti di lavoro. Nel 2019 il contributo di Sace sulle imprese italiane ha infatti generato 13,8 miliardi di euro di fatturato addizionale, e oltre 40 mila posti di lavoro. Inoltre, le aziende che hanno beneficiato degli strumenti di Sace, di Simest e della controllata Sace Bt, hanno generato ulteriori 26 miliardi lungo le rispettive filiere produttive. La conferma arriva dai risultati emersi dall’analisi d’impatto economico e sociale realizzata dall’ufficio studi di Sace insieme a Prometeia. Lo studio è stato condotto su oltre 23mila operazioni, che hanno coinvolto 8.360 imprese attive in 162 Paesi, e mobilitato oltre 163 miliardi di risorse tra il 2005 e il 2019.

Un beneficio anche per l’export

Dall’analisi di Sace emerge che il numero di operazioni è passato dalle circa mille del 2008 alle oltre 2 mila del 2019, mentre il numero di imprese clienti è più che raddoppiato, passando dalle 500 del 2008 alle oltre 1.300 nel 2019, di cui il 75% sono Pmi. E a beneficiarne di più è l’export: secondo l’Istat dal 2010 al 2019 il numero degli esportatori nazionali è aumentato del 3,4%, rispetto al 22,5% registrato tra le imprese clienti di Sace e Simest.  Tra i settori spicca la meccanica strumentale, con oltre il 30% delle imprese, in particolare dei comparti macchine, moda, costruzioni e alimentare. Rilevanti però risultano anche i comparti ad alta intensità tecnologica e dei mezzi di trasporto. Per Sace Bt si evidenziano i settori più legati al consumo, come ad esempio agroalimentare, moda e distribuzione.

In forte crescita i settori del Made in Italy

Negli ultimi due anni si conferma poi anche la forte crescita delle imprese appartenenti ai settori del Made in Italy (agroalimentare e sistema moda).
Per quanto riguarda la distribuzione a livello territoriale è il Nord-Est a guidare la classifica, con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, che rappresentano il 58% delle imprese. Al Sud si distinguono Campania, Puglia e Sicilia. Quanto alla destinazione delle strategie di internazionalizzazione, tra il 2015 e il 2019 le principali geografie di riferimento sono state il Brasile, gli Emirati Arabi Uniti e la Russia. Solo nel 2019, anche l’India ha avuto un ruolo in primo piano.

Gli strumenti di Sace, Simest e Sace Bt

Nello specifico, gli strumenti analizzati hanno riguardato l’export credit di Sace (volto a proteggere dal rischio insolvenza e diviso in credito fornitore, credito acquirente e documentario), le garanzie Sace per facilitare l’accesso al credito e migliorare la competitività nelle gare d’appalto internazionali, e gli strumenti di sostegno degli investimenti diretti esteri. Il factoring estero per garantire liquidità alle imprese, con strumenti per la patrimonialità, patrimonializzazione ed export credit sono stati messi in campo da Simest. Invece, per Sace Bt l’analisi ha considerato la polizza globale, che consente alle imprese di assicurare l’intero fatturato dilazionato, e la sviluppo export, dedicata all’attività internazionale della clientela.

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